È davvero una querelle speciosa e deprimente quella montata da Calenda nei confronti di Totò Cuffaro.

Essa non ha nessun fondamento, se non per incardinarsi come l’espressione di una ennesima presa di posizione per inutili invettive che da un po’ di tempo Calenda sparge a destra e a manca, nelle vesti di saggio dispensatore di integerrime regole da codice etico, politico e istituzionale.

Come dire, una insostituibile risorsa della nostra Repubblica.

Così il leader di azione, nella ghiotta apparenza di una titolazione, obiettivamente travisante, non ha atteso che pochi minuti per lanciare i suoi strali.

La vicenda desta ancora più stupore per il fatto che in realtà la “reprimenda” di Calenda si incentra su un termine che Totó Cuffaro non ha mai pronunciato nell’intervista di ieri su Il Riformista.

Quell'espressione “Controllo 140 mila voti, “ non è altro che il frutto di una titolazione infelice, se non vogliamo vederci qualche fine malizioso. 

E proprio nella scelta di quel titolo: “Controllo 140 mila voti, con Renzi solo se c’è simbolo Dc. Matteo sbaglia a non candidarsi, dialogo anche con Salvini”, che Calenda ha incentrato tutto il suo incontenibile livore.

Senza la necessità di alcuna indagine filologica, una semplice fugace lettura del testo ci svela il travisamento lessicale, operato nella titolazione dell’intervista attorno alle letterali affermazioni, espresse del segretario nazionale, a proposito del processo di riavvicinamento che sta avvenendo attorno alla Democrazia Cristiana, a partire dalla Sicilia.

Nella risposta di Cuffaro non c’è alcuna supponenza, o esibizione di potere.

C’è invece il segno di una legittima idea di politica che non lascia adito a dubbi.

Così alla domanda: "Che cos’è la sua nuova DC?”, ha affermato:

“Non è altro che la continuazione storica e ideale della Democrazia Cristiana che è ripartita dalla Sicilia, così come era partita tanti anni fa, con Don Sturzo e il suo partito popolare. Abbiamo risvegliato un sentimento che era sopito ma non scomparso nel cuore e nella testa delle persone in Sicilia. E ha funzionato. Oggi siamo un partito a doppia cifra con oltre 400 consiglieri comunali in tutta la Sicilia.”.

E all’ulteriore domanda: “Quanti sono gli elettori che può muovere con la Nuova Dc?, eccone testualmente la risposta nella sua autenticità lessicale:

«Con l’ultima elezione regionale, due anni fa, abbiamo mosso 140 mila elettori. Adesso dopo due anni di lavoro, di sacrificio, di congressi fatti in tutti i Comuni abbiamo fatto il congresso nazionale: siamo anche nel più piccolo comune siciliano, il più sperduto di mille abitanti. Abbiamo rimesso in piedi non solo un’idea, ma anche un metodo: quello di riunire le persone, farle tesserare e portarle a votare. Pensiamo in Sicilia di muovere 250.000 voti.”.

C’è da chiedersi allora come ha fatto Calenda, così rigorosamente attento a tutto ciò che gli sta intorno, a non accorgersi della palese fuorviante trasfigurazione terminologica, dando credito ad un termine “controllare” che non compare in nessuna parte dell'intervista, ove invece si coglie un uso cortese(qui si pone il problema di quanto un politico deve stare attento alle insidie di certo giornalismo schierato) dello stesso verbo espresso nella domanda: “muovere” voti, che Cuffaro ha ripetuto per alludere alla quota di consensi totalizzata nel corso delle diverse elezioni locali e regionali ottenute in Sicilia.

Tutt’altra cosa, insomma rispetto ad una invettiva costruita su una “disinformazione giornalistica”, tanto disinvolta, quanto infondata.

Per converso la risposta di Cuffaro si iscrive in linea con il ruolo primario che deve esprimere l’azione politica di un partito che, in una democrazia, ha tra i primi obiettivi, nel corso di una campagna elettorale, con il proprio progetto politico, di attrarre consensi.

È questo, principalmente, il ruolo di un partito, ossia: “..concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” ed anche in forza dei trattati di adesione alla Ue, delle Istituzioni europee (di cui a breve ne ricorre il rinnovo) come sancito e tutelato dalla nostra Carta Costituzionale, art.11 e 49, nel rispetto delle procedure previste.

Insomma si fa fatica a pensare che Calenda non abbia letto l’intervista.

Forse gli è parso più plausibile soffermarsi (incolpevolmente?) e dare credito alla titolazione travisante che già spianava la strada, mediaticamente, alle intenzioni più ardite e malevoli rispetto a quanto detto nel contenuto dell’intervista.

In quell’interrogarsi sardonico, non certamente dai toni delicati, con il suo post su X, Calenda così stigmatizza:

 "Ma è possibile che Cuffaro, tornato alla ribalta dopo essere stato in carcere per favoreggiamento dei mafiosi, possa dichiarare impunemente di controllare 140.000 voti. Come li controlla? Per mezzo di chi o che cosa?", ha finito per costruire una tempesta in un bicchier d’acqua, con una polemica, senza ragione e fondamento, denigratoria non solo per il segretario politico, ma anche per toccare inevitabilmente il sentimento di tanti elettori, traducendosi in una sorta di gratuito attacco alla reputazione del partito.

Peraltro l’onta appare essere ancora più inaccettabile per il fatto che, mentre  non c’è nessuna prova o provvedimento della magistratura su illegalità e malaffare dell’azione politica della nuova DC, emerge il chiaro segno di un radicato pregiudizio, su fatti passati e in relazione ai quali, all’esito di un iter carcerario, nel pieno rispetto delle statuizioni della magistratura, v’è stata una totale riabilitazione di Cuffaro, in attuazione dell’art.27 della Costituzione.

Ovviamente l’ingiustificata “filippica” di Calenda non poteva non suscitare la replica di Totó Cuffaro, che così si è espresso: "Calenda oltre ad essere insultatore è anche un bugiardo o non sa leggere”. “Nella mia intervista al Riformista dico che la Democrazia Cristiana per le regionali ha mosso 140 mila voti e che oggi ne vale almeno 250 mila. Le sue maldestre affermazioni, che mi fanno dichiarare che io controlli 140 mila voti e le sue subdole esortazioni a chiedere (a chi ?) come li controlli, sono ridicole, tendenziose e confermano la sua antipatia per la democrazia e la libera scelta per un voto ideale e di valori. Io al posto suo me ne vergognerei".( da Repubblica di ieri)

Qui davvero si pone il problema di quanto ormai il populismo abbia pervaso ed avvelenato il clima politico, in questa cosiddetta seconda o terza Repubblica, spingendo a spregiudicatezze inimmaginabili.

Così, non ci vuol molto a cogliere, in questo clamoroso scivolone di Calenda, se ancora non ce ne fosse bisogno, che non c’è più da parte di tanti leader di partito quella comune bussola nella quale si rifletteva tutta la tensione politica, non attraverso inventate demonizzazioni, ma su un confronto, anche aspro, ma leale, intessuto di analisi e di orizzonti, che comparava visioni di breve e lungo periodo che oltre ad animare il dibattito interno, portavano a delineare nuove progettualità programmatiche per assicurare avanzamento delle tutele e sviluppo al paese.

Con il risultato che a perdere ne è la vitalità politica dei partiti, sempre più  effimera, tanto che si misura solamente secondo i canoni del qui ed ora, nell’ assillante andirivieni dei sondaggi settimanali( basta vedere le brevi parabole dei successi elettorali dei tanti partiti, in questi anni, da Berlusconi a Renzi, da Salvini ai 5 Stelle al Pd. Anche FdI sta volgendo in calo): frutto perverso di un leaderismo sfrenato e di un bipolarismo sempre più polarizzato, mentre si è persa di vista la visione di lungo periodo che rendeva credibile anche la contingenza di talune scelte.

Quello stile e quella classe politica, riconducibile alla prima Repubblica era il collante che riusciva a muovere le tante sensibilità democratiche nella consapevolezza che ogni scelta si ancorava ai processi di elaborazione programmatica governati da equilibrio e credibilità progettuale e non da estemporaneità, improntitudine e avventurismo..

Quei partiti, tra cui principalmente la DC, erano il cuore pulsante di realtà identitarie che associavano, in concomitanza all’opera politica, la precipua formazione di una classe dirigente che sapesse mostrare competenza e lealtà istituzionale, in qualsiasi contingenza, sociale, economica e geopolitica della nostra Repubblica e del quadrante internazionale, guadagnandosi autorevolezza e rispetto.

Oggi, quella coerenza culturale ed identitaria, che ogni partito della prima Repubblica rappresentava, sembra essersi smarrita nei meandri di una consistenza valoriale sempre più liquida  finendo poi per essere facile preda del trasformismo identitario, che ha inficiato nella sua essenza valoriale ogni forza politica, oltre che nella sua espressione più speciosamente individualista da parte dei tanti  esponenti che se ne sono resi protagonisti.

Sebbene ci sia stata un’apparente assuefazione al fenomeno, il prezzo lo stiamo pagando sul versante di una partecipazione dei cittadini alla vita politica, sempre più esigua, mentre l’astensionismo ha investito quasi la metà degli aventi diritto al voto.

In questo quadro non appare una boutade affermare che, da qualche anno, i nostri governi non sono che l’espressione di una minoranza nel paese: altro che “tirannia della maggioranza” che, quasi come un paradosso, il Marchese de Tocqueville ne arrivava a definire l’intrinseca natura del potere che finiva per trovarsi ad esercitare il partito, o la coalizione, al governo, nelle moderne democrazie.

 

Luigi Rapisarda