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È una storia scomoda e controversa, che ancora divide” ha detto Federica Fanizza, già direttrice della biblioteca civica di Riva del Garda, presentando ad Arco i libri scritti da Edda Negri Mussolini sulla sua famiglia. Edda è figlia di Anna Maria, l’ultimogenita del Duce, ma il suo nome personale richiama quello della primogenita ed è  – ha osservato ancora la Fanizza – forse più difficile da portare dello stesso cognome. Per quanto, pure quello! Quando si scoprì che Anna Maria era la figlia di Mussolini, fu licenziata in tronco. E lei, Edda, ha più paura adesso ad andare in giro che negli anni di piombo. 

L’incontro con la nipote del Duce, organizzato dalla benemerita associazione “Trentino storia territorio” dopo quelli con Malvinni e Morghen, ha tracciato un percorso tra memoria e nostalgia, presentando non la macrostoria ma – come ha tenuto a precisare Edda – una storia dei sentimenti e delle emozioni. Tra queste e questi risalta il ricordo di nonna Rachele, “una donna molto amata anche dall’altra parte” che dava consigli e aiuto ai partigiani che glielo chiedevano, e Anna Maria, che alla figlia ha dato la forza di ricordare i suoi morti senza piangerli.

In margine all’incontro con l’autrice si è tornata a considerare, forse per creare una sorta di bilanciamento con la famiglia “regolare” di Benito, la vicenda di Ida Dalser, già lumeggiata da Marco Zeni ed Alfredo Pieroni e poi resa popolare da Marco Bellocchio col film “Vincere” (2009). A tal riguardo il dottor Alfredo Vivaldelli ha fornito dettagli interessanti e in parte inediti, avendo potuto accedere alla cartella clinica (“poverissima”, assicura) della Dalser presso l’ospedale psichiatrico dov’era ricoverata. “Probabile – ha detto – che ci fosse davvero una diagnosi psichiatrica, come dimostrava la fissità del suo pensiero, non solo una persecuzione politica”. Notevole anche l’aspetto dei rapporti conflittuali con i suoi famigliari in visita.

Una serata in definitiva interessante e proficua, ma mio fratello mi fa: “Tutto questo è passato. Bisogna guardare al presente e al futuro”. 

Ruggero Morghen